Il "cordeo" dell'antichità !

I Numidi erano un popolo di cavalieri che montavano a pelo, servendosi solo di un semplice « collare » (cordeo) per guidare i loro piccoli destrieri.

Nel panorama di un marketing ippico, che sempre più sostituisce quello che, per secoli, è stato ricercato dalle vecchie scuole con umiltà e spirito di osservazione, ci vengono oggi proposti, uno stuolo di sussurratori, nuovi maestri, sciamani, apprendisti stregoni e virtuosi dell’arte equestre trascendentale. In questo sciame di proposte spicciole e filosofie complesse, è comunque utile saper discernere, con acuto senso critico, le teorie attendibili dalle utopie mistiche, le sperimentazioni e le metodologie scientifiche dagli eventi casuali e indimostrabili. Per questo, lo studio degli antichi maestri diventa parte integrante della pratica in sella , al fine di non cadere vittime di pseudo- techiche, spacciate per innovative, che invece trovano la loro autenticità in un passato più o meno lontano. Bisogna sapere che le corse dei carri, che Pausania di Sparta non esita a far risalire al 2700 a.C., erano già praticate durante i Giochi Olimpici, e avevano uno stuolo di appassionati, come la più accesa tifoseria del moderno campionato di calcio. Scomparsi in epoca dorica, questi giochi riprendono lustro a partire dal 776 a.C., quando, sui vasi greci in ceramica, appaiono attaccati alle quadrighe, dei cavalli di “tipo berbero”, originari del nord-africa, sempre stalloni, dalle membra fini e dagli stinchi lunghi.

Gli atleti numidi erano invece ammessi ai giochi panellenici, che comprendevano tutti quei paesi facenti parte o in relazione con la Magna Grecia. Geograficamente i Numidi appartenevano a quelle tribù, stanziatesi a est dell’attuale Algeria e a nord-ovest della Tunisia, talvolta chiamate anche “ Maurusii Numidi” e più tardi “Mauri” , da autori come ad esempio Plinio. Alla voce “Numidia” , l’enciclopedia italiana UTET, nella sua edizione del 1883, così cita: « … La Numidia, allevatrice di valenti cavalieri, forniva ai cartaginesi la cavalleria selvaggia, la quale scorazzava per le terre, senza sella e senza briglia, come se cavallo e cavalcante fossero un solo e identico ente». I Numidi, erano dunque un popolo di cavalieri che , come i più lontani Parti in Asia Minore, montavano a pelo, servendosi esclusivamente delle gambe, e utilizzavano un semplice “collare” per guidare i loro piccoli destrieri. Una sorta dunque di martingala semplice, morbida, che si univa a un altro collare, poggiante sulle due prime vertebre della spina dorsale del cavallo: insomma un po´ il capostipite di quella cavezza che alcuni addestratori, molto in voga oggi, ci ripropongono come innovativa. Ad avvalorare questa tesi , tra le rappresentazioni dell’epoca, la più importante resta senz’altro la Colonna Traiana a Roma, nella quale sono infatti rappresentati diversi cavalieri numidi, con i loro cavalli estremamente riuniti, in pose plastiche e raccolte sotto di sé. Pur non avendo né redini né morso per trattenerli, bensì solo il collare-freno, gli atteggiamenti di questi cavalli testimoniano la dolcezza del loro addestramento, senza dubbio principalmente “alla voce”, nonché il virtuosismo dell’arte equestre di questo popolo nomade e guerriero. La rappresentazione più completa di questo collare numida, ci viene da un reperto di 18 secoli fa, proveniente dalla Villa dei Laberii a Oudna, dove un ignoto artista vi ha rappresentato una vivace scena di caccia, indicando anche i nomi dei cani , una razza di levrieri meghrebini, chiamati “Sloughi”.

MOSAICO D’OUDNA, detto DEI LABERII

Collare numida

Caccia a cavallo (fine III° sec.- inizio IV° sec.d.C.)

Ma se da un lato, gli storici dell’epoca concordano unanimemente su questo caratteristico modo di montare dei Numidi, dall’altro manca la benché minima spiegazione sull’uso pratico di questo collare. Bisogna dunque pensare che nessuno, a quell’epoca, si interessasse a queste “barbare” pratiche equestri? Per i puristi del latino, il problema si limitava a non confondere gli « Equites frenatis », cavalieri i cui cavalli, dotati di un morso, componevano la cavalleria regolare romana, con gli « Equites infrenis » alias i « Numides sine frenis » che designavano invece quei cavalieri africani i cui cavalli, privi di morso, componevano la cavalleria ausiliare, reclutata dai Romani presso le tribù Numide. Strabone (XVII, III°, 7) annotava a questo proposito : « …guidano i loro cavalli con una semplice corda che usano al posto del morso e li montano senza gualdrappa… si servono tutti degli stessi piccoli cavalli, così vivi, così ardenti eppure così docili…perchè non è raro vederne che seguono i loro padroni come cani, senza che ci sia bisogno di una longia per tenerli ». Eppure il morso era senza dubbio conosciuto in Oriente già dalla fine del III° millennio e Senofonte lo cita come utilizzato dalla cavalleria greca! Anche Tito Livio descrive queste tribù di cavalieri in modo analogo (XXXV, II°) : « …i Numidi montavano a cavallo…i cavalli erano senza morso e le loro andature sgraziate: essi correvano con il collo teso e la testa allungata…». Chiara e evidente dimostrazione di un’ attitudine naturale, dovuta appunto all’assenza del morso! Questa semplice correggia alla base dell’incollatura, cadde poi in disuso verso la fine del III° secolo dell’era cristiana. Lo dimostra il Pavimento di Oudna, nella Villa detta dei Laberii, un prezioso mosaico di quando la Tunisia era una Provincia Romana, nel quale troviamo , tra le diverse scene rurali, cavalli dal profilo montonino, che sono equipaggiati sia di morso che del collare numida, quest’ultimo peraltro rimasto solo come elemento decorativo.Restano comunque numerose altre testimonianze , che avvalorano la descrizione e la diffusione di questo particolare finimento africano.

Fra i mosaici più significativi, troviamo quello di El Djem , un’avvincente “Caccia alla lepre” della metà del III° sec. d.C., che fa parte della più grande collezione al mondo di mosaici romani, quella del Museo del Bardo a Tunisi . I quattro cavalli rappresentati, hanno redini e morso. Il sauro , in altro a sinistra, è al passo, ma la sua bocca aperta testimonia un’evidente difficoltà ad accettare il morso. Forse questo cavaliere non è ancora avvezzo all’impiego di un’imboccatura mai utilizzata precedentemente! Nel registro inferiore i cavalli , al galoppo , hanno invece mantenuto il collare numida, chiaramente visibile alla base dell’incollatura , sebbene vengano impiegati anche redini e morso. L’attitudine della testa e le loro bocche aperte fanno supporre che questi cavalli non abbiano ancora familiarizzato con l’uso del “frenum”, il morso romano.

Anche nel grande mosaico di Althiburus ( Villa di Asclepieia- fine III° sec. d.C.) troviamo, ordinati su piani diversi, gli episodi successivi di una partita di caccia. Di stile narrativo, presenta tutte scene che colpiscono per la loro vitalità e il loro realismo : attitudini, comportamenti, abiti e equipaggiamenti conferiscono a questo documento, un valore ineguagliabile di rara perfezione. Vi sono raffigurati cavalli montati sia con il collare numida sia con il morso. Ma un dato molto interessante ci viene dal cavallo denominato “Faunus”, in quanto si può ben notare che il suo cavaliere tiene in mano, come in seguito gli “Ecuyers” della Scuola di Versailles, una sorta di frustino, tipo verga, certamente di un legno morbido ed elastico. Un precursore anche del “Carrot Stick”, rimasto però nell’oblio per secoli .

Nel 1885, a metà tra storia e leggenda, secondo il racconto di Lefebvre de Noettes, in un’edizione da tempo esaurita, il luogotenente Crémieux-Foa condivide , con alcuni compagni d’arme, alcune sue esperienze equestri con una sorta di collare.

Per girare a destra o a sinistra, colpiva invece l’incollatura col palmo della mano. In questo modo, lanciato al gran galoppo attraverso il campo , saltava anche fossi e barriere, fermando il cavallo a suo piacimento. Successivamente diversi commilitoni, che avevano assistito a queste spettacolari prodezze, lo imitarono con risultati analoghi. Di questa singolare tecnica equestre numida, Nemesiano , poeta cartaginese del III° sec. d.C, ci offre inoltre una descrizione, estremamente realistica: «…Scegliete un cavallo che sia un purosangue allevato nelle piane desertiche e abituato a sopportare la fatica. Egli non conosce il morso. Con la sua criniera fustiga le spalle. Che questo non v’inquieti perché, si lascia condurre facilmente : come la verga flessibile tocca il suo collo nervoso, egli obbedisce. Un colpo lo mette al galoppo , un altro lo ferma». Una tecnica semplice e naturale, utilizzata da gente di cavalli, che condivideva veramente e quotidianamente le asperità del deserto con i propri destrieri, senza bisogno di far parte di sette ascetiche, di percorrere i sentieri di una conoscenza illuminata, di iscriversi a corsi dall’incomprensibile terminologia esterofila, acquistando a caro prezzo un esotico “kit del magico-addestratore-fai-da-te” .

E in questo proliferarsi di illusionisti equestri, trova anche spazio un curioso mosaico, di stile prettamente pittorico, come quello delle “Nereidi che montano i mostri marini” (Dougga- fine II° sec., inizio III° sec.d.C.) nel quale è impressionante notare come , a dimostrazione del suo uso corrente, anche un ippocampo, cavalcatura prettamente disneyana, venisse guidato con il collare numida!

**Articolo già pubblicato dal mensile Cavallo Magazine

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